L'Io Narrante e l'Io Narrato

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Il laboratorio L’io narrante e l’io narrato si è svolto nei mesi di marzo, aprile e maggio 2018, nell’ambito del progetto Il viaggio di Telemaco, programma di trattamento attivo dal settembre 2017, specificamente dedicato a giovani adulti con patologia di dipendenza da sostanze o alcol, ospitato presso la struttura residenziale L’Orizzonte di Ivrea, acquisita dalla Cooperativa Sociale “Il Punto” Onlus.

METODOLOGIA E OBIETTIVI

Attraverso le narrazioni si è cercato di far emergere espressioni e immagini che costituissero l’ordito da intrecciare con i fili della trama, cioè i commenti e le opinioni personali, ma soprattutto le sensazioni e le emozioni dei partecipanti, per immaginarsi come la mano che al telaio impugna la spoletta e non come un filo o un nodo vincolato per sempre a un disegno immutabile di vita.
Il linguaggio figurato del come se e del come quando, è stato un tipo di filato volte difficoltoso o disagevole da usare, ma adatto a dare risalto a sfumature e ombreggiature che creano un effetto di profondità e distacco tra il parlare e l’essere.

PROSPETTIVE

Raccontare a maglie larghe per recuperare i sogni, gli affetti, i pensieri di un tempo, fili sottili interrotti, e riprendere il proprio racconto, riallacciando nuovi significati, come epifania di rinascita.

La partita si gioca sull’accettazione del fallimento, nel riuscire a restare nel tempo vuoto e senza finalità che, pur non essendo sottomesso al principio della prestazione e dei risultati, non è inutile perché è quello entro cui si può maturare una forma nuova e diversa. È il tempo dell’attesa e della cura. Il tempo della cura non può prescindere dalla parola nuova, dal racconto che darà nuova forma alla vita.

La partita giocata nella solitudine e nel distacco indifferente dagli altri e degli altri è una partita persa.

NON È INUTILE

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Ciò che non è inutile lascia un segno.

Un piccolo fiore aggrappato a un raggio di Sole si reggeva dritto a fatica.

Giunta la sera, l’amorevole stretta si allentava e il fiore scivolava lieve adagiandosi al suolo.
La Luna, meravigliosa e lucente, guardava scettica a tanto sacrificio e restava distante.

Un mattino, ciò che si era sciolto non si riallacciò.
Il richiamo non restò sordo: nuove corolle avevano imparato.

LA PARTITA

Quando m’accorsi della situazione in cui mi trovavo, non potevo più tirarmi indietro. Ormai ero seduta al tavolo anch’io, fra gli altri giocatori. Non si potevano imparare le regole del gioco senza giocare! Questo l’avevo capito. E a me quel gioco piaceva, anche se mi spaventava. Poi sentivo che se fossi rimasta là immobile, forse nessuno mi avrebbe notata, oppure non sarebbe toccato subito a me essere di mano. Tenevo le carte come gli altri, e su ognuna era riflesso il mio viso, segnato però da un’espressione diversa. Su alcune non mi riconoscevo neppure. C’era pochissima luce. Soltanto il tavolo era illuminato, e anche le carte lo diventavano non appena vi venivano deposte. Poi, magicamente si riordinavano per raccontare storie di incontri e relazioni. Ad un tratto un giocatore depose l’ultima carta e bruscamente le braccia gli cascarono lungo i fianchi, e così la testa sul petto. Solo allora, con orrore, mi accorsi che questa era lucida e liscia come un uovo; anzi, era proprio un uovo sul quale non compariva per niente qualcosa che potesse somigliare ad una faccia. Qualunque cosa fosse, quell’essere sembrava morto, e nessuno s’interessava a lui. Pian piano quella forma cominciò a dissolversi, e alla fine scomparve. Fra i due giocatori, dove si trovava, non rimase neppure lo spazio che aveva occupato. Mi sforzavo per essere calma, anche se mi sentivo soffocare da vampate di caldo che bagnavano di sudore i miei vestiti. Lentamente sollevai lo sguardo, e nella penombra riuscii a scorgere dei visi umani; ma a mano a mano che aumentavano le carte fra le mani dei giocatori, i volti diventavano sempre più piatti e senza tratti, fino a scomparire, mentre le teste si facevano sempre più rotonde e lucide. Nessuno parlava, nessuno si muoveva, nessuno si rivolgeva uno sguardo. Poche carte avevo tra le mani.