Laboratorio “L’Io Narrante e l’Io Narrato”

AUTORE: Dott.sa Caterina Spadafora

LA PERSONA COME SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE
NELLE TOSSICODIPENDENZE

Il laboratorio “L’io narrante e l’io narrato” si è svolto nei mesi di marzo, aprile e maggio 2018, nell’ambito del progetto “Il viaggio di Telemaco”, programma di trattamento, specificamente dedicato a giovani adulti, con patologia di dipendenza da sostanze e/o alcol.

L’immagine di Telemaco richiama la dimensione esperienziale delle attività comprese nel progetto, finalizzate alla costruzione di nuovi significati personali utili ad ampliare e diversificare le competenze di vita.

All’inizio dell’Odissea, Telemaco parte alla ricerca delle sorti del padre, cioè di quell’unico racconto, o nostos (νόστος), ancora sconosciuto e il solo che potrebbe cambiare le sorti di Itaca. Ma non è il “ritorno-racconto”1 che rischia di non essere trovato dal figlio: il vero pericolo si cela nella possibilità di scordare il ritorno stesso da parte del padre: i Lotofagi, Circe, le Sirene sono minacce della smemoratezza che assediano la rotta di Ulisse verso Itaca.

1 Calvino I., Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano, 2002, p. 15

Il tema del ritorno è centrale nel poema omerico e si svolge in un intreccio di voci diverse che sono come i fili sul telaio di Penelope che tesse senza fine il sudario di Laerte, padre di Ulisse, sposo disperso. Sono fili intessuti di miti familiari, annodati e poi snodati, ripetuti sempre uguali e senza possibilità di immissione di una parola che sia l’innesco di una nuova progettualità.

Quando finalmente l’approdo agognato avviene, nella seconda parte dell’opera, la crisi di identità è generale: i personaggi, cambiati dal tempo e dalle esperienze, devono riconoscersi in una continuità che unisca il passato al futuro, e ciò avviene non solo attraverso i loro racconti, vere Odissee nell’Odissea, ma anche e soprattutto attraverso i segni sul corpo, le memorie comuni, le percezioni condivise.

“Ciò che Ulisse salva dal loto, dalle droghe di Circe, dal canto delle Sirene, non è solo il passato o il futuro. La memoria conta veramente, per gli individui, le collettività, le civiltà, solo se tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare”2.

2 Ivi, p. 16

L’Ulisse del viaggio di ritorno non è l’eroe epico, paradigma di virtù, come Achille o Ettore, è invece più simile all’uomo moderno, capace di astuzie e mistificazioni per il proprio tornaconto, afflitto da fatiche, sofferenza e solitudine. Egli possiede però una grande dote: sa trascinare gli altri con le parole e trasportarli in un mondo di sogno, mitologico e leggendario, che è anche “l’immagine speculare del mondo reale dove viviamo, nel quale dominano bisogno ed angoscia, terrore e dolore, e nel quale l’uomo è immesso senza scampo”3. Nelle parole di Ulisse-Omero, miti, menzogne e verità si mescolano, così com’è per ogni viaggio della nostra vita, piccolo o grande che sia.

3 Ivi, p. 21

Il linguaggio è una gigantesca opera di comunicazione, di descrizione e referenzialità, ma anche di familiarizzazione del mondo condiviso con gli altri. Quando non si trovano parole per coprire la realtà, per esprimere il proprio vissuto, avviene una frattura, c’è l’uscita da un mondo condiviso e condivisibile. Il trauma inibisce le funzionalità integrative del pensiero e lascia scoperta la dimensione emotiva e sensoriale che cresce a dismisura e soverchia la realtà, creando dimensioni isolate, spesse, impenetrabili.

Recuperare parole come antichi reperti da usare con garbo, lasciare ad esse respiro, dare un senso alla pausa e all’attesa come dimensioni di un incontro possibile, acconsentire alla sospensione momentanea della rapidità del linguaggio quotidiano che forzatamente delimita e limita, aprire a un riverbero evocativo che giunga a lambire lontane sensorialità, significa dare rilevanza a ciò che l’altro vede e percepisce più che ai suoi pensieri. Ed è proprio dalle percezioni con cui apprendiamo la realtà e dalle emozioni che essa ci suscita che si può riprendere il racconto interrotto, immettendo nuovi significati, epifania di rinascita. La via opposta porterebbe alla riproduzione infinita della stessa trama che puntualmente si cuce e si scuce per ricominciare poi di nuovo uguale, priva di generatività.

articolo cooperativa sociale il punto io narrantei o narrato

Per il laboratorio “L’io narrante e l’io narrato”, che si svolgeva con frequenza settimanale in incontri di due ore, è stato selezionato del materiale narrativo a supporto di due macro temi da esplorare: “Cosa credo e cosa sono disposto a credere” e “Dentro e fuori di me”. Sono stati proposti racconti e poesie, ma anche film e canzoni dai cui contenuti si è cercato di far emergere espressioni e immagini che costituissero l’ordito da intrecciare con i fili della trama, costituita dai commenti e dalle narrazioni, ma soprattutto dalle sensazioni ed emozioni dei partecipanti.

L’idea stimolo iniziale è stata data dal breve testo Il principe e il mago di John Fowles, nel quale chi narra racconta ciò che vede e vede ciò che è disposto a credere. Ecco dunque la prima sollecitazione, la più importante: quella di immaginarsi come la mano che al telaio impugna la spoletta e non come un filo o un nodo vincolato per sempre a un disegno immutabile.

Avviare questo laboratorio è stato un lavoro complesso: nei primi incontri, un senso di insicurezza generale sembrava rendere impossibile abbandonare il molo di partenza: all’invito a partecipare veniva opposto un atteggiamento di scontentezza diffusa, accompagnato spesso da una reattività intensa e negativa. Inoltre, il linguaggio figurato del “come se” e del “come quando” era a volte difficoltoso o disagevole, ma incontro dopo incontro si è rivelato uno strumento rispettoso e discreto, utile a far emergere personali vissuti emotivi narrati ponendo una certa distanza tra il parlare e l’essere.

Alla fine, non è stato impossibile per chi ha partecipato al laboratorio trovare i fili della propria trama da far passare tra quelli dell’ordito, mentre il rischio maggiore da parte del conduttore è stato quello di poter scordare il tempo dell’attesa, del movimento calibrato e attento da tenere “come quando” si è in arrampicata, senza perdere il contatto con chi è legato a te in cordata, condividendo le forze per far fronte all’intensità dell’impresa. E il rischio era dovuto alla difficoltà di stare dentro a quel senso di insicurezza e di vuoto profondo che si intuiva dietro alle risposte fittizie o alle prese di posizione rigide. Un vuoto percepibile e condizione in sé angosciante, che umanamente si tende a risolvere in fretta, con risposte fittizie e preconcette.

Secondo lo psichiatra e psicoanalista Antonello Correale, mollare gli ormeggi verso nuovi e più creativi significati può causare momenti di lieve depersonalizzazione, cioè momenti in cui si guarda alla realtà privi di riferimenti di senso condivisi, come se si fosse immessi in un vuoto che sembra senza uscita. Allora, si può provare a immaginare quel vuoto come uno spazio grande, aperto, da vegliare e difendere dalle invasioni dell’oscurità del non codificato, del non motivato, dell’automatismo. Ecco dunque che diventa importante portare in quello spazio la propria fisicità, le percezioni, la sensorialità del corpo, per continuare ad essere vivi qui e ora, senza smettere di diventare pensiero progettuale.

La ricerca di Telemaco immaginata da Omero è diventata nell’interpretazione psicologica lacaniana simbolo della conquista di una Legge interiore4, intesa come competenza di autogoverno che si oppone e contrappone ad ogni forma di dipendenza.

44 Recalcati M., Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, Milano, 2014

Correale spiega come a seguito di un lungo periodo di tossicodipendenza, la vita psichica della persona si modella sulla sostanza, sulla sua presenza o assenza, e ne è condizionata in ogni sua manifestazione. In pratica, la persona così com’era originariamente scompare e al suo posto ne subentra un’altra che nasconde dietro di sé i sogni, gli affetti i pensieri di un tempo. Si tratterebbe quindi di una personalità perduta o nascosta da far riemergere5. Durante le attività laboratoriali, è sembrato dunque di fondamentale importanza leggere di volta in volta i comportamenti disadattivi, quando si manifestavano da parte di qualche partecipante, come qualcosa di sensato per lui o per lei in quel momento, ma soprattutto come spunto per esplorare una nuova isola emotiva, un elemento di costruzione di significato personale.

5 Correale, A. Il soggetto nascosto. Un approccio psicoanalitico alla clinica delle tossicodipendenze, FrancoAngeli, Milano, 2013

Rabbia e noia, rispetto e imposizione, solidarietà e connivenza sono state isole emerse nel dominio delle convinzioni personali e delle credenze disponibili, diventando le parole centrali di alcuni incontri e argomenti del materiale portato a supporto come, ad esempio, le canzoni: La noia di Vasco Rossi e La linea d’ombra di Jovanotti, che hanno fornito due racconti molto diversi di uno stesso vissuto emotivo, restituendo realtà antitetiche.

La conduzione degli incontri mirava a sollecitare una partecipazione spontanea e aperta e a creare occasioni perché emergessero impulsi ed emozioni discrepanti, spesso causa di disagio, senza forzare dall’esterno integrazioni razionali. Il gruppo ha funzionato talvolta da cassa di risonanza, talvolta da elemento contenitivo di tensioni o sofferenze, però più che sottolineare ogni volta le sue mutevoli dinamiche di alleanze o conflittualità, si è cercato di restituire un’immagine complessiva come di uno spazio condiviso, dove imparare a guardare gli altri per capire come sono fatti e non per l’impressione che suscitano in noi, cercando di maturare opinioni un po’ più articolate e meno autoreferenziali.

Il breve testo Chiudersi dentro e poi cercare di rientrare di Raymond Carver e le opere La condizione umana e Il cielo dentro e fuori di me di René Magritte sono state introdotte e messe a confronto per sollecitare osservazioni sulle categorie concettuali dentro e fuori, interno ed esterno con cui commisuriamo la realtà e il senso di essere agenti di noi stessi in essa. L’idea che le personali letture e attribuzioni di significato possano dipendere dal proprio vissuto emotivo ed esperienziale non è sempre stata immediata. Per quanto si sia disponibili a riconoscere che ognuno è fatto a modo suo, non ne consegue che si guardi al modo dell’altro per trarre ispirazione o arricchimento. Molto più frequente è il rifiuto di ciò che non si comprende, forse per via di un eccesso di emozioni provocate e un difetto di rappresentazioni utili a stemperarle, ma tutto ciò a detrimento della capacità di connessione, di collegamento, di giudizio.

In contesti in cui le azioni intraprese sono quasi esclusivamente dominate dall’emozione, può essere sensato dunque ripensare alla fisicità come percorso utile a ricostruire significati. L’incontro di boxe del 14 febbraio 1951, tra Jack La Motta e Sugar Ray Robinson, conosciuto come Il massacro di San Valentino, ha suscitato grande interesse, così come l’idea della boxe come racconto senza parole6, in cui gli stili espressivi sono gli stili di combattimento messi in atto contro l’avversario e contro il tempo.

6 Oates, J. C., Sulla boxe, Edizioni e/o, Roma, 1988

La scrittrice Joyce Carol Oates non ritiene la boxe metafora della vita, piuttosto considera “[…] l’idea che la vita sia una metafora della boxe, di uno di quei match che vanno avanti all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, clinch, niente di stabilito, il gong e poi ancora il gong e tu con il tuo avversario, così uguali che è impossibile non rendersi conto che l’avversario sei tu […]. La vita è come la boxe in molti particolari inquietanti. Ma la boxe è soltanto come la boxe.”7

7 Ivi, p. 9

Quanto le attività laboratoriali abbiano influito positivamente sul particolare e importante percorso di vita dei giovani che vi hanno preso parte, non è stato in questa prima esperienza valutato e misurato scientificamente. Gli obiettivi sono stati ambiziosi: favorire una maggiore capacità di astrazione e flessibilità del pensiero attraverso la narrazione; stimolare la capacità di dare nome a coloriture emozionali più sfumate e articolate; promuovere una maggiore considerazione per le sensibilità altrui allo scopo sia di ridurre conflitti e incomprensioni, numerosi nel caso della convivenza lunga e a volte forzata in comunità, sia di aumentare la consapevolezza che aver cura delle relazioni con gli altri facilita il rispetto e la gentilezza verso se stessi. Rafforzare uno spazio di riflessione personale entro cui sviluppare una propria coerenza etica senza la quale facilmente si può oscillare dalla dipendenza da regole esterne alla dipendenza dalle sostanze.

La creazione di un sito web potrebbe collocarsi a integrazione delle attività narrative condotte, come oggettivazione del pensare nel fare ordinato e studiato. La scelta delle forme e dei contenuti, filtrata dal rigore dello strumento informatico, ben si pone a emblema dell’io narrante che crea l’io narrato, in uno spazio dove il narrabile è frutto di una scelta soggettiva e personale.

Infine, l’intento di spostare l’attenzione dei giovani partecipanti alle attività dalla propria condizione di tossicodipenza su altri contenuti e temi di vita ha reso possibile al conduttore la condivisione di un nuovo modo di essere percepito e di percepirsi e offrire e ricevere un’accoglienza rispettosa del comune e diverso essere un essere umano.

Articolo Pubblicato sulla rivista “Dal fare al dire” No.01/2019