E.N.T.I. Experience Nature Technology Indoors

AUTORI: Daniele Carraro, Lidia Barazzotto, Manuela De Maria, Eleonora Boi

NUOVE TECNOLOGIE E TRATTAMENTO DELLE DIPENDENZE PATOLOGICHE

Premessa:

La diffusione delle tecnologie legate allo sviluppo di internet e dei dispositivi mobili di comunicazione è stata spesso considerata un ostacolo nel trattamento degli stati di dipendenza patologica, particolarmente in sede residenziale.

Rovesciando tale assunto, ci siamo è interrogati sulla possibilità, di utilizzare tali tecnologie, come sussidiarie nei trattamenti clinico-riabilitativi degli stati di dipendenza patologica, all’interno dei trattamenti clinico-riabilitativi di tipo residenziale.

Le basi teoriche:

sono state mutuate dal filone di studi effettuati a partire dagli anni 80, in particolare discipline come la Psicologia Ambientale, la Psicologia Sociale. In questi ambiti viene utilizzata l’espressione “«restorativeness» (rigenerazione) per indicare un processo di recupero delle risorse psicologiche e cognitive rispetto a delle condizioni di deficit antecedenti.

Capisaldi della “restorativeness” sono due posizioni teoriche differenti ma complementari: la teoria del recupero dallo stress (Ulrich, 1983) o Stress Recovery Theory (SRT); e la Teoria della Rigenerazione dell’Attenzione (Kaplan-Kaplan, 1989; Kaplan S., 1995) o Attention Restoration Theory (ART).

La SRT è incentrata sulla diversa capacità degli ambienti, naturali e urbani, di influire sugli stati affettivi. I cambiamenti di umore derivanti dall’esposizione ai diversi ambienti sono direttamente collegati alla loro capacità di ridurre lo stress. Prove empiriche indicano come tali capacità siano maggiori negli ambienti naturali rispetto a quelli urbani

La percezione di un umore migliore, di uno stato affettivo positivo, l’inibizione di emozioni e pensieri negativi e la riduzione dell’attività in diversi sistemi fisiologici legati allo stress (e.g., battito cardiaco e tensione muscolare), sono solo alcuni tra gli effetti positivi derivanti dal contatto con la natura, attivando risposte a livello emozionale, cognitivo e fisiologico, che consentono il recupero da situazioni di stress psicofisiologico (Ulrich-Simons-Losito-Fiorito-Miles-Zelston, 1991; Verderber, 1986; Parsons-Tassinary-Ulrich-Hebl-Grossman, 1998).

L’ART teoria della rigenerazione dell’attenzione pone invece l’accento sul fatto che l’esposizione agli ambienti naturali permette di ridurre le distrazioni, migliorando l’attenzione diretta e la capacità di riflessione, Essa viene supportata da ricerche che hanno evidenziato un aumento della prestazione di studio in studenti e bambini con deficit d’attenzione, se posti in contatto con spazi verdi (Tennessen-Cimprich, 1995; Taylor-Kuo-Sullivan, 2000; Wells, 2000).

L’efficienza dell’attenzione può essere recuperata grazie al processo di rigenerazione che si ottiene in particolari ambienti o mediante attività che consentono l’attivazione dell’attenzione involontaria o indiretta. Questo tipo di attenzione, detta anche fascination, non richiede alcuno sforzo cognitivo e pertanto consente di rigenerare l’attenzione diretta . combattendo la cosiddetta “fatica attenzionale”, in inglese Directed Attention Fatigue (DAF).

Prendendo in esame i vari studi sull’argomento, si deduce che il potere benefico del verde sembra essere generato sia da un concreto meccanismo «percettivo» sensoriale, capace di coinvolgere a livello fisico l’osservatore, sia da un forte potenziale «evocativo» responsabile dell’attivazione simbolica ed emozionale nella nostra mente, il cui effetto è la modificazione del nostro stato psico-fisico. Questo aspetto non è certamente secondario, visto che molti di questi studi hanno dimostrato come anche il semplice fatto di guardare solamente immagini di natura e piante – come foto, dipinti o filmati – possa migliorare in pochi minuti la nostra circolazione sanguigna, riducendo lo stress (Hartig, 1991; Heerwagen, 1990; Nakamura-Fujii, 1990,1992; Selby-Choi-Orland, 1990; Ulrich 1993, 1999; Ulrich-Simons-Losito-Fiorito-Miles-Zelston, 1991).

Di particolare ispirazione è stato uno studio pubblicato su Journal of Affective Disorders nel 2012condotto dai ricercatori del Baycrest’s Rotman Research Institute di Toronto in collaborazione con la University of Michigan e la Stanford University sugli effetti prodotti dal contatto con la natura in soggetti affetti da Depressione Maggiore, che ha dimostrato come tale intervento apportasse benefici al tono dell’umore diminuendo il livello di ruminazione e di pensiero negativo caratteristici di tale sindrome, disturbi altrettanto presenti e centrali nel Disturbo di Dipendenza Patologica.

LA RICERCA

Obiettivo della ricerca è stato verificare come e con quale efficacia, la somministrazione, attraverso mezzi mediali , personal computer, di video di natura potesse modificare la dis-regolazione emotiva dei soggetti sottoposti a sperimentazione.

Il Metodo

3 gruppi di pazienti di comunità terapeutiche ad alta, media e bassa gravità, comparati – per sorteggio – con gruppi di controllo delle medesime strutture

29 soggetti: 16 sperimentali e 13 di controllo. Ai soggetti sperimentali è stata proposta la visione di una sequenza di video di natura, della durata di 12 mi- nuti ciascuna, 2 volte a settimana.

Sono stati utilizzati per la sperimentazione 10 temi di- versi, per un totale di 2 ore nell’arco di un mese.

La Misurazione

La rilevazione delle prestazioni è stata effettuata con 2 diversi strumenti: il DERS, Difficulties in Emotion Regulation Scale, un test utilizzato per valutare la capacità di regolazione delle emozioni e lo spostamento nei 6 assi analizzati dal test (somministrato a tutti i soggetti), e un questionario creato appositamente per registrare le variazioni dello stato d’animo prima e dopo ogni singola visione (somministrato al solo gruppo sperimentale).

I Risultati

I risultati del DERS hanno mostrato un incremento della capacità di controllo delle emozioni nel 75% dei soggetti sperimentali, a confronto di un 23% di miglioramento riportato dai soggetti del gruppo di controllo, conferma dell’ipotesi iniziale: la visione di immagini di ambienti naturali diminuisce la ruminazione e il pensiero negativo presenti nei nostri pazienti, migliorando l’efficacia nella capacità di controllo della dis-regolazione emotiva.

Abbiamo ottenuto risposte sostanzialmente differenti da ognuna delle 3 comunità, seppur in tutte si sia manifestato un risultato positivo.

BIOGLIO – CT a MEDIA INTENSITA’, ha fatto registrare i risultati migliori, con un 100% di miglioramento dei partecipanti alla sperimentazione.

BIELLA e MAGNANO, rispettivamente CT a bassa e CT ad alta intensità, hanno ottenuto risultati positivi, ma non assoluti, come il 100% registrato a Bioglio.

Risultati inattesi

La comparsa di miglioramenti anche in soggetti del gruppo di controllo, probabilmente spiegabile con la teoria del Coherent Field Environment , secondo cui “in un gruppo più ampio gli elementi disturbanti risultano meno incisivi, in quanto vengono armonizzati dal gruppo.”

Un alto indice di gradimento dei soggetti rispetto l’esperienza, dimostrato dalla richiesta di poter avere i video delle immagini a disposizione nei loro apparati mobili.

Conclusioni

L’esito complessivo della sperimentazione conferma la possibilità di intervenire anche in programmi terapeutici di recupero degli stati di Dipendenza Patologica “classici” con strumenti tecnologicamente attuali. I quali permettono una messa a disposizione, del soggetto trattato, di risorse con proprietà auto- somministrativa in grado di aumentare il coinvolgimento del paziente nel proprio trattamento (patient enpowerment). La possibilità di auto-somministrazione, rendendo disponibile l’intervento nel momento stesso in cui se ne presenta la necessità, consente inoltre di ottimizzare alcuni elementi del trattamento, diminuendo in tal modo i tempi dello stesso.

E’ attualmente in fase di studio la possibilità di sviluppare una app, basata sull’esperienza presentata, che ne renda la fruibilità ancora migliore.

(articolo pubblicato su “Dal Fare al dire” Rivista di informazione e confronto sulle patologie da Dipendenza n° 3 del 2016)

Articolo pubblicato su “La Stampa”

Laboratorio “L’Io Narrante e l’Io Narrato”

AUTORE: Dott.sa Caterina Spadafora

LA PERSONA COME SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE
NELLE TOSSICODIPENDENZE

Il laboratorio “L’io narrante e l’io narrato” si è svolto nei mesi di marzo, aprile e maggio 2018, nell’ambito del progetto “Il viaggio di Telemaco”, programma di trattamento, specificamente dedicato a giovani adulti, con patologia di dipendenza da sostanze e/o alcol.

L’immagine di Telemaco richiama la dimensione esperienziale delle attività comprese nel progetto, finalizzate alla costruzione di nuovi significati personali utili ad ampliare e diversificare le competenze di vita.

All’inizio dell’Odissea, Telemaco parte alla ricerca delle sorti del padre, cioè di quell’unico racconto, o nostos (νόστος), ancora sconosciuto e il solo che potrebbe cambiare le sorti di Itaca. Ma non è il “ritorno-racconto”1 che rischia di non essere trovato dal figlio: il vero pericolo si cela nella possibilità di scordare il ritorno stesso da parte del padre: i Lotofagi, Circe, le Sirene sono minacce della smemoratezza che assediano la rotta di Ulisse verso Itaca.

1 Calvino I., Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano, 2002, p. 15

Il tema del ritorno è centrale nel poema omerico e si svolge in un intreccio di voci diverse che sono come i fili sul telaio di Penelope che tesse senza fine il sudario di Laerte, padre di Ulisse, sposo disperso. Sono fili intessuti di miti familiari, annodati e poi snodati, ripetuti sempre uguali e senza possibilità di immissione di una parola che sia l’innesco di una nuova progettualità.

Quando finalmente l’approdo agognato avviene, nella seconda parte dell’opera, la crisi di identità è generale: i personaggi, cambiati dal tempo e dalle esperienze, devono riconoscersi in una continuità che unisca il passato al futuro, e ciò avviene non solo attraverso i loro racconti, vere Odissee nell’Odissea, ma anche e soprattutto attraverso i segni sul corpo, le memorie comuni, le percezioni condivise.

“Ciò che Ulisse salva dal loto, dalle droghe di Circe, dal canto delle Sirene, non è solo il passato o il futuro. La memoria conta veramente, per gli individui, le collettività, le civiltà, solo se tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare”2.

2 Ivi, p. 16

L’Ulisse del viaggio di ritorno non è l’eroe epico, paradigma di virtù, come Achille o Ettore, è invece più simile all’uomo moderno, capace di astuzie e mistificazioni per il proprio tornaconto, afflitto da fatiche, sofferenza e solitudine. Egli possiede però una grande dote: sa trascinare gli altri con le parole e trasportarli in un mondo di sogno, mitologico e leggendario, che è anche “l’immagine speculare del mondo reale dove viviamo, nel quale dominano bisogno ed angoscia, terrore e dolore, e nel quale l’uomo è immesso senza scampo”3. Nelle parole di Ulisse-Omero, miti, menzogne e verità si mescolano, così com’è per ogni viaggio della nostra vita, piccolo o grande che sia.

3 Ivi, p. 21

Il linguaggio è una gigantesca opera di comunicazione, di descrizione e referenzialità, ma anche di familiarizzazione del mondo condiviso con gli altri. Quando non si trovano parole per coprire la realtà, per esprimere il proprio vissuto, avviene una frattura, c’è l’uscita da un mondo condiviso e condivisibile. Il trauma inibisce le funzionalità integrative del pensiero e lascia scoperta la dimensione emotiva e sensoriale che cresce a dismisura e soverchia la realtà, creando dimensioni isolate, spesse, impenetrabili.

Recuperare parole come antichi reperti da usare con garbo, lasciare ad esse respiro, dare un senso alla pausa e all’attesa come dimensioni di un incontro possibile, acconsentire alla sospensione momentanea della rapidità del linguaggio quotidiano che forzatamente delimita e limita, aprire a un riverbero evocativo che giunga a lambire lontane sensorialità, significa dare rilevanza a ciò che l’altro vede e percepisce più che ai suoi pensieri. Ed è proprio dalle percezioni con cui apprendiamo la realtà e dalle emozioni che essa ci suscita che si può riprendere il racconto interrotto, immettendo nuovi significati, epifania di rinascita. La via opposta porterebbe alla riproduzione infinita della stessa trama che puntualmente si cuce e si scuce per ricominciare poi di nuovo uguale, priva di generatività.

articolo cooperativa sociale il punto io narrantei o narrato

Per il laboratorio “L’io narrante e l’io narrato”, che si svolgeva con frequenza settimanale in incontri di due ore, è stato selezionato del materiale narrativo a supporto di due macro temi da esplorare: “Cosa credo e cosa sono disposto a credere” e “Dentro e fuori di me”. Sono stati proposti racconti e poesie, ma anche film e canzoni dai cui contenuti si è cercato di far emergere espressioni e immagini che costituissero l’ordito da intrecciare con i fili della trama, costituita dai commenti e dalle narrazioni, ma soprattutto dalle sensazioni ed emozioni dei partecipanti.

L’idea stimolo iniziale è stata data dal breve testo Il principe e il mago di John Fowles, nel quale chi narra racconta ciò che vede e vede ciò che è disposto a credere. Ecco dunque la prima sollecitazione, la più importante: quella di immaginarsi come la mano che al telaio impugna la spoletta e non come un filo o un nodo vincolato per sempre a un disegno immutabile.

Avviare questo laboratorio è stato un lavoro complesso: nei primi incontri, un senso di insicurezza generale sembrava rendere impossibile abbandonare il molo di partenza: all’invito a partecipare veniva opposto un atteggiamento di scontentezza diffusa, accompagnato spesso da una reattività intensa e negativa. Inoltre, il linguaggio figurato del “come se” e del “come quando” era a volte difficoltoso o disagevole, ma incontro dopo incontro si è rivelato uno strumento rispettoso e discreto, utile a far emergere personali vissuti emotivi narrati ponendo una certa distanza tra il parlare e l’essere.

Alla fine, non è stato impossibile per chi ha partecipato al laboratorio trovare i fili della propria trama da far passare tra quelli dell’ordito, mentre il rischio maggiore da parte del conduttore è stato quello di poter scordare il tempo dell’attesa, del movimento calibrato e attento da tenere “come quando” si è in arrampicata, senza perdere il contatto con chi è legato a te in cordata, condividendo le forze per far fronte all’intensità dell’impresa. E il rischio era dovuto alla difficoltà di stare dentro a quel senso di insicurezza e di vuoto profondo che si intuiva dietro alle risposte fittizie o alle prese di posizione rigide. Un vuoto percepibile e condizione in sé angosciante, che umanamente si tende a risolvere in fretta, con risposte fittizie e preconcette.

Secondo lo psichiatra e psicoanalista Antonello Correale, mollare gli ormeggi verso nuovi e più creativi significati può causare momenti di lieve depersonalizzazione, cioè momenti in cui si guarda alla realtà privi di riferimenti di senso condivisi, come se si fosse immessi in un vuoto che sembra senza uscita. Allora, si può provare a immaginare quel vuoto come uno spazio grande, aperto, da vegliare e difendere dalle invasioni dell’oscurità del non codificato, del non motivato, dell’automatismo. Ecco dunque che diventa importante portare in quello spazio la propria fisicità, le percezioni, la sensorialità del corpo, per continuare ad essere vivi qui e ora, senza smettere di diventare pensiero progettuale.

La ricerca di Telemaco immaginata da Omero è diventata nell’interpretazione psicologica lacaniana simbolo della conquista di una Legge interiore4, intesa come competenza di autogoverno che si oppone e contrappone ad ogni forma di dipendenza.

44 Recalcati M., Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, Milano, 2014

Correale spiega come a seguito di un lungo periodo di tossicodipendenza, la vita psichica della persona si modella sulla sostanza, sulla sua presenza o assenza, e ne è condizionata in ogni sua manifestazione. In pratica, la persona così com’era originariamente scompare e al suo posto ne subentra un’altra che nasconde dietro di sé i sogni, gli affetti i pensieri di un tempo. Si tratterebbe quindi di una personalità perduta o nascosta da far riemergere5. Durante le attività laboratoriali, è sembrato dunque di fondamentale importanza leggere di volta in volta i comportamenti disadattivi, quando si manifestavano da parte di qualche partecipante, come qualcosa di sensato per lui o per lei in quel momento, ma soprattutto come spunto per esplorare una nuova isola emotiva, un elemento di costruzione di significato personale.

5 Correale, A. Il soggetto nascosto. Un approccio psicoanalitico alla clinica delle tossicodipendenze, FrancoAngeli, Milano, 2013

Rabbia e noia, rispetto e imposizione, solidarietà e connivenza sono state isole emerse nel dominio delle convinzioni personali e delle credenze disponibili, diventando le parole centrali di alcuni incontri e argomenti del materiale portato a supporto come, ad esempio, le canzoni: La noia di Vasco Rossi e La linea d’ombra di Jovanotti, che hanno fornito due racconti molto diversi di uno stesso vissuto emotivo, restituendo realtà antitetiche.

La conduzione degli incontri mirava a sollecitare una partecipazione spontanea e aperta e a creare occasioni perché emergessero impulsi ed emozioni discrepanti, spesso causa di disagio, senza forzare dall’esterno integrazioni razionali. Il gruppo ha funzionato talvolta da cassa di risonanza, talvolta da elemento contenitivo di tensioni o sofferenze, però più che sottolineare ogni volta le sue mutevoli dinamiche di alleanze o conflittualità, si è cercato di restituire un’immagine complessiva come di uno spazio condiviso, dove imparare a guardare gli altri per capire come sono fatti e non per l’impressione che suscitano in noi, cercando di maturare opinioni un po’ più articolate e meno autoreferenziali.

Il breve testo Chiudersi dentro e poi cercare di rientrare di Raymond Carver e le opere La condizione umana e Il cielo dentro e fuori di me di René Magritte sono state introdotte e messe a confronto per sollecitare osservazioni sulle categorie concettuali dentro e fuori, interno ed esterno con cui commisuriamo la realtà e il senso di essere agenti di noi stessi in essa. L’idea che le personali letture e attribuzioni di significato possano dipendere dal proprio vissuto emotivo ed esperienziale non è sempre stata immediata. Per quanto si sia disponibili a riconoscere che ognuno è fatto a modo suo, non ne consegue che si guardi al modo dell’altro per trarre ispirazione o arricchimento. Molto più frequente è il rifiuto di ciò che non si comprende, forse per via di un eccesso di emozioni provocate e un difetto di rappresentazioni utili a stemperarle, ma tutto ciò a detrimento della capacità di connessione, di collegamento, di giudizio.

In contesti in cui le azioni intraprese sono quasi esclusivamente dominate dall’emozione, può essere sensato dunque ripensare alla fisicità come percorso utile a ricostruire significati. L’incontro di boxe del 14 febbraio 1951, tra Jack La Motta e Sugar Ray Robinson, conosciuto come Il massacro di San Valentino, ha suscitato grande interesse, così come l’idea della boxe come racconto senza parole6, in cui gli stili espressivi sono gli stili di combattimento messi in atto contro l’avversario e contro il tempo.

6 Oates, J. C., Sulla boxe, Edizioni e/o, Roma, 1988

La scrittrice Joyce Carol Oates non ritiene la boxe metafora della vita, piuttosto considera “[…] l’idea che la vita sia una metafora della boxe, di uno di quei match che vanno avanti all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, clinch, niente di stabilito, il gong e poi ancora il gong e tu con il tuo avversario, così uguali che è impossibile non rendersi conto che l’avversario sei tu […]. La vita è come la boxe in molti particolari inquietanti. Ma la boxe è soltanto come la boxe.”7

7 Ivi, p. 9

Quanto le attività laboratoriali abbiano influito positivamente sul particolare e importante percorso di vita dei giovani che vi hanno preso parte, non è stato in questa prima esperienza valutato e misurato scientificamente. Gli obiettivi sono stati ambiziosi: favorire una maggiore capacità di astrazione e flessibilità del pensiero attraverso la narrazione; stimolare la capacità di dare nome a coloriture emozionali più sfumate e articolate; promuovere una maggiore considerazione per le sensibilità altrui allo scopo sia di ridurre conflitti e incomprensioni, numerosi nel caso della convivenza lunga e a volte forzata in comunità, sia di aumentare la consapevolezza che aver cura delle relazioni con gli altri facilita il rispetto e la gentilezza verso se stessi. Rafforzare uno spazio di riflessione personale entro cui sviluppare una propria coerenza etica senza la quale facilmente si può oscillare dalla dipendenza da regole esterne alla dipendenza dalle sostanze.

La creazione di un sito web potrebbe collocarsi a integrazione delle attività narrative condotte, come oggettivazione del pensare nel fare ordinato e studiato. La scelta delle forme e dei contenuti, filtrata dal rigore dello strumento informatico, ben si pone a emblema dell’io narrante che crea l’io narrato, in uno spazio dove il narrabile è frutto di una scelta soggettiva e personale.

Infine, l’intento di spostare l’attenzione dei giovani partecipanti alle attività dalla propria condizione di tossicodipenza su altri contenuti e temi di vita ha reso possibile al conduttore la condivisione di un nuovo modo di essere percepito e di percepirsi e offrire e ricevere un’accoglienza rispettosa del comune e diverso essere un essere umano.

Articolo Pubblicato sulla rivista “Dal fare al dire” No.01/2019

Mindfulness in Comunità Terapeutica per Dipendenze Patologiche

Mindfulness in Comunità Terapeutica per Dipendenze Patologiche

mindfulness cooperativa sociale il punto

Fra le novità introdotte nel 2015 in ambito di trattamento la prima riguarda: “Mindfulness in Comunità Terapeutica per Dipendenze Patologiche”.
L’applicazione della Mindfulness nelle comunità Il Punto è stata presentata in un articolo della rivista ” Dal Fare al Dire” (n°1 – 2015).

Mindfulness nei percorsi di cura e riabilitazione residenziale per tossicodipendenti e alcoldipendenti: un’esperienza sul campo.

DANIELE CARRARO, psicologo, responsabile dei programmi Cooperativa Il Punto onlus Biella
DAVIDE BORASO, psicologo, specializzato in mindfulness-based-therapy

ABSTRACT
In questo articolo si vuole descrivere un’esperienza di applicazione di pratiche mindfulness , condotta nelle strutture terapeutiche “Il Punto di Bioglio” e il “Punto di Magnano”.
Si sono realizzati due gruppi pilota che hanno coinvolto 14 utenti affetti da tossicodipendenza (poliabusatori) e alcol dipendenza per un periodo di 6 settimane, per indagare la possibilità di realizzare nuovi protocolli basati sulla mindfulness all’interno del trattamento residenziale in strutture terapeutico-riabilitative. Si illustreranno le motivazioni della scelta, le modalità operative, le valutazioni espresse dai soggetti interessati.

Gli interventi psicologici basati su mindfulness e accettazione hanno, in brevissimo tempo, attirato un’interesse straordinario.
La “mindfulness” appare oggi molto utilizzata e proposta nei più disparati campi di trattamento psicologico.
Gli operatori dei servizi pubblici e del privato sociale che hanno seguito l’evoluzione dei programmi di trattamento, proposti presso le comunità della Cooperativa Il Punto, sanno però che interventi, che oggi vengono definiti come mindfulness-based , sono presenti nella nostra operatività sino dalla metà degli anni 90.
L’introduzione di pratiche derivanti dalla psicologia buddista, in quegli anni ancora prive, nella realtà italiana, della dignità scientifica ed accademica di cui godono ora, ancorchè di una precisa definizione, ci portò a proporle utilizzando termini quali “sperimentazione sensoriale”, “sperimentazione emozionale”, “meditazione dinamica”, che ebbero, nell’ambiente del trattamento delle dipendenze patologiche una tiepida accoglienza e mossero uno scarso interesse per l’innovazione introdotta.
Negli Stati Uniti, le pratiche mindfulness-based, vivevano, negli stessi anni, un momento di particolare sviluppo e fervore, a seguito della pubblicazione, nel 1990 del testo “Full Catastrophe Living” di J. Kabat-Zinn, che, oltre a coniare il fortunato termine mindfulness, diede avvio ad una nuova strada di ricerca nel campo delle terapie di matrice cognitivo-comportamentale, i cui risultati più conosciuti sono la D.B.T. di M. Linehan, (1993), l’A.C.T. di Hayes, (1999), la M.B.C.T. di Segal, (2002) (1)

Lo studio e lo sviluppo di protocolli mindfulness-based , non si è esaurito negli anni 90, bensì ha continuato a svilupparsi, affrontando con successo le verifiche attinenti la Evidence Based , e le evidenze attinenti le modificazioni plastiche delle aree cerebrali accertate dalle attuali tecniche di indagine messe a punto nel campo delle neuroscienze.

Lo sviluppo di protocolli specifici, indirizzati al trattamento delle dipendenze patologiche, quali il M.B.R. P. di Marlat del 2005 (2), e quelli più recenti proposti da R. Williams e J. Kraft nel 2012 e da L.Peltz nel 2013 (3) oltre a esserci di conforto sulla opportunità delle nostre scelte, ci hanno fornito nuovi stimoli per la revisione dei protocolli mindfulness-based utilizzati in ambito residenziale, al fine di adattarli alle variate caratteristiche della nostra utenza.

Il lavoro qui presentato, lungi dall’essere definitivo, costituisce un primo step di sviluppo per arrivare a standardizzare nuovi protocolli di intervento in sostituzione di quelli usati in passato.
Gli effetti fisici e psichici prodotti dalle pratiche mindfulness, utili in un programma di recupero indirizzato a soggetti affetti da dipendenza patologica, possono essere molteplici, in una rassegna dei principali si possono citare i seguenti.

Effetti fisici:

– rafforzamento del funzionamento generale del corpo con incremento delle risposte immunitarie e della reattività allo stress;
– riduzione significativa (del 40-50%) a livello del talamo e della corteccia prefrontale della risposta evocata dall’attivazione periferica delle vie dolorifiche;
– inibizione della trasmissione dell’impulso nocicettivo, aumento dei livelli di endorfine circolanti e controllo della componente emotiva associata alla sensazione dolorosa;
– incremento della densità della materia grigia in regioni del cervello (4)
– riduzione dello stress correlato a cambiamenti strutturali dell’amigdala (5)
– abbassamento del livello di cortisolo, con conseguente incremento della risposta immunitaria;
– miglioramento della qualità del sonno.

Effetti psichici:

– miglioramento della capacità di regolare stati emotivi disturbanti senza mettere in atto fughe difensive o strategie disfunzionali e dannose;
– decremento nella proliferazione delle emozioni negative: le stesse, quando emergono, vengono percepite come meno dolorose ed invasive;
– aumento della capacità di mantenere il focus sul presente, senza giudizio e con accettazione delle emozioni e dei pensieri che si presentano alla mente;
– sviluppo di una consapevolezza che implica una maggiore presa di coscienza di sè e dei meccanismi di risposta automatici ;
-miglioramento della gestione dei propri stati mentali ed emotivi con evidenti conseguenze nella qualità del lavoro svolto e nella comunicazione con altri.

Alcuni di questi effetti sono stati effettivamente riscontrati dai partecipanti, anche nel tempo piuttosto limitato della sperimentazione.

ESPERIENZA

L’esperienza è stata condotta su due campioni scelti tra le popolazione della comunità di Bioglio e di Magnano utilizzando il campionamento casuale.
I campioni sono così costituiti:
comunità di Bioglio 8 soggetti: 7 maschi ed 1 femmina;
comunità di Magnano 8 soggetti: 6 maschi ed 2 femmine.
Per entrambi i campioni si sono tenuti incontri di gruppo della durata di un’ora e mezza circa, a cadenza settimanale, per 6 settimane.
Poiché tra i partecipanti erano presenti soggetti in trattamento farmacologico e con disturbi psichici in comorbilità psichiatrica, abbiamo scelto di ridurre la durata degli incontri rispetto ai protocolli mindfulness standard.
Abbiamo ipotizzato che la riduzione dei tempi delle sedute potesse contenere le difficoltà di partecipazione derivanti dalla bassa capacità di attenzione e concentrazione di questi soggetti.
Gli effetti prodotti dalle pratiche mindfulness utili nei percorsi di trattamento delle dipendenze possono essere così riassunti:

– tollerare sensazioni fisiche disturbanti, come ad esempio quelle legate all’astinenza dall’uso di sostanze senza mettere in pratica comportamenti impulsivi e disfunzionali;
– sperimentare emozioni disturbanti quali rabbia, frustrazione, tristezza e confusione, senza agirle;
– comprendere che i pensieri sono dei meri eventi mentali e non dei fatti, che mediamente durano 7/8 minuti e poi svaniscono, che i problemi insorgono quando attraverso la ruminazione intensifichiamo la loro forza e di conseguenza la nostra sofferenza;
– accettare il dolore fisico e non opporvisi al fine di ridurlo.
Il raggiungimento di questi effetti è particolarmente efficace per la gestione del craving ed il controllo della disregolazione emotiva.
I concetti sopra indicati sono stati espressi durante il primo incontro, specificando che lo strumento per poter raggiungere quelle abilità sarebbe stata la meditazione di mindfulness e alcune altre tecniche di derivazione cognitivo comportamentale.
Dopo il primo incontro in entrambi i gruppi si sono verificati due drop out: la femmina del gruppo di Bioglio e una delle due femmine del gruppo di Magnano hanno interrotto il percorso adducendo motivazioni relative alle difficoltà contingenti il loro programma terapeutico.
Il primo incontro è proseguito con l’esercizio di mindfulness che consiste nell’osservare ed assaporare dei chicchi d’uva passa per iniziare ad esplorare l’attenzione consapevole.
I risultati sono stati i seguenti:
3 soggetti hanno anticipato le azioni dell’esercizio inghiottendo il chicco d’uva molto più velocemente di quanto richiesto e nella discussione successiva all’esercizio, hanno riconosciuto la loro impulsività e scarsa capacità di controllo del comportamento;
alcuni hanno rilevato come il rallentare le azioni legate all’esecuzione del comportamento, producesse una maggior sensibilità a sapori e profumi e la sensazione di avere la testa meno densa di pensieri;
alcuni hanno descritto l’esperienza come piacevole e gratificante.
L’esercizio dell’uvetta è stato utilizzato come spunto per introdurre il concetto di pilota automatico e di schemi disfunzionali che, una volta messi in moto, portano a compiere azioni dannose e foriere di sofferenza senza alcuna consapevolezza.
Dal commento di un partecipante: “è un po’ come quando sei molto annoiato, inizi a fare tutte quelle cose automatiche che ti portano nei soliti posti, con le solite persone a far le solite cose e poi finisci a farti quasi senza neanche rendertene conto”.
La seconda esperienza, della durata di circa 10 minuti, è consistita nella meditazione di consapevolezza del respiro. Nella discussione successiva si è evidenziata l’importanza dell’osservazione degli stati sia fisici sia mentali senza intervenire per modificarli.
Anche in questo caso si sono potute individuare indicazioni interessanti: un paziente durante la consapevolezza sul respiro ha iniziato ad avere difficoltà respiratorie e ha chiesto di sospendere l’esercizio.
In un successivo colloquio individuale, il paziente ha riferito che durante la respirazione si sono affacciate alla sua mente una serie di immagini intrusive e disturbanti legate ad episodi fortemente traumatici vissuti in passato.
Le sessioni successive sono state dedicate alla sperimentazione della meditazione di consapevolezza corporea (body scan), della meditazione camminata e ad alcuni esercizi per il controllo del dolore cronico.
Tutte le sessioni di gruppo hanno avuto come temi centrali l’accettazione dei propri stati d’animo, dei pensieri e delle sensazioni del momento, con la richiesta di non reagire ad essi, ma semplicemente di osservarli in modo curioso e non giudicante.
Le risposte del gruppo è stata soddisfacente, alcuni pazienti hanno riferito di utilizzare le tecniche apprese prima di addormentarsi e, nonostante non fosse lo scopo principale, di aver ottenuto benefici legati al sonno. Altri hanno riscontrato una maggiore capacità di gestione dell’aggressività: “Se prima qualcosa mi faceva arrabbiare, partivo o con le mani o verbalmente, adesso riconosco le sensazioni della rabbia nel mio corpo e so che se non agisco nel giro di qualche minuto se ne vanno, questo è molto importante perché spesso mi sono complicato la vita per le mie reazioni”. Altri ancora hanno osservato una migliorata capacità di accettazione di eventi passati, scevri da ogni giudizio: “per troppo tempo ho continuato a sentirmi in colpa e a soffrire per episodi del passato; vivendo incastrato nel passato si sta male nel presente e si corre il rischio di perdere cose positive ed opportunità”.
Tali pensieri sono stati resi possibili da una maggior consapevolezza e da un atteggiamento diverso verso se stessi solo in seguito alle sessioni di mindfulness.
La maggiore difficoltà riscontrata è stata relativa al mantenimento di una pratica costante degli esercizi assegnati come “compiti a casa”, ovvero all’esecuzione della pratica appresa, nei giorni intercorrenti tra una seduta di gruppo e l’altra.
Ad eccezione di 4/5 partecipanti che hanno eseguito gli esercizi individualmente, gli altri hanno circoscritto il loro impegno alle esperienze meditative di gruppo, riducendo il potenziale di questa offerta terapeutica.
Questi iniziali, incoraggianti, risultati ci hanno spinto a realizzare un protocollo più strutturato, attualmente in fase di sperimentazione, basato su 3 incontri settimanali più brevi (80 minuti ca.) centrati su un’unica un’esperienza meditativa per sessione. Oltre a ciò è stata data la possibilità, a chi lo desiderasse, di avere un supporto audio con una voce guidata per poter meditare con più facilità anche individualmente
Ai partecipanti del nuovo protocollo è stato somministrato, prima dell’avvio delle sessioni, il Five Facet Mindfulness Questionnaire, che, risomministrato al termine delle 6 settimane previste, consentirà una rilevazione qualitativa e quantitativa dei risultati, permettendo di verificare se la pratica delle mindfulness ha prodotto un migliore funzionamento psicologico nei partecipanti, e quali siano state le sfaccettature più importanti nel produrre gli eventuali cambiamenti.
Un effetto non previsto ma osservato, è che i concetti di consapevolezza, accettazione e non giudizio hanno iniziato a circolare maggiormente anche tra i pazienti delle strutture non inseriti nei gruppi, lasciando presagire e sperare in un’applicazione più ampia e non limitata al gruppo mindfulness dei concetti stessi.
Senza dubbio l’utilizzo della mindfulness applicata alle tossicodipendenze soprattutto in Italia è ancora piuttosto limitata, ma auguriamo che la nostra ,seppur limitata, esperienza possa stimolare altre sperimentazioni, nell’ottica di un ampliamento dello strumentario a disposizione di chi opera nel complesso campo delle dipendenze patologiche.

NOTE
(1) DBT ( Dialectical Behavioe Terapy) M. Linehan, è inclusa nelle Linee Guida dell’American Psychiatric Association (2001) e nelle Linee Guida NICE (2009) tra le terapie Evidence Based per il trattamento del BPD.
L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), S.C. Hayes, K.D. Strosahl, K.G. Wilson. è utilizzata con individui, coppie e gruppi, sia come terapia a breve termine, che a lungo termine e per un ampio range di disturbi clinici.
M.B.C.T. (Mindfulness-Based Cognitive Therapy ), Segal, Williams e Teasdale, destinato a prevenire recidive in pazienti con una storia di episodi depressivi
(2) Ci riferiamo al Protocollo Mindfulness Based Relapse Prevention di S.Bowen, N.Chawla, G.A.Marlatt, ma ricordiamo che elementi derivati dalla meditazione trascendentale erano già stati inseriti da Marlat, nel protocollo Relapse Prevention del 1985.
(3) “The mindfulness workbook for addiction” Rebecca Williams e Julies S. Kraft; New Harbinger Publications, Inc 2012, e “The mindful path to addiction recovery”; Lawrence Peltz; Shambhala Publications Inc., Boston & London 2013.
(4) “Mindfulness practice leads to increases in regional brain gray matter density” Holzel B., Carmody J., et all. Psychiatry Research: Neuroimaging, 2011) 191: 36-43
(5) “Stress reduction correlates with structural changes in amigdala” Holzel B., Carmody J., et. All. in Social Cognitive and Affective Neuroscienze, 2009) 1-7

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” Dal Fare al Dire”. (n°1 – 2015)